Oggi si tirano le somme.

10 ottobre – Giornata Mondiale per la Salute Mentale

Di Francesco Bernacchia*, Romina Mazzei**

Sono passati trent’anni da quando la Federazione Mondiale per la Salute Mentale ha dedicato questa Giornata alla difesa della salute mentale contro lo stigma sociale (https://wfmh.global/).

In questi trent’anni la Giornata ha evidenziato il notevole cambiamento nel trattamento del disagio psichico, ma è ancora un ambito fertile di pensieri, dibattiti, ricerche, nonché di forti resistenze che chiamano in causa tutti: psicologi, medici, professionisti, operatori, famiglie e società.

Questi due anni di pandemia hanno messo ancor più in evidenza la fragilità dell’essere umano, spesso sottovalutata, quando si parla di disagio psicologico.

Di fronte a comportamenti privi di significato solo in apparenza, che sanno nascondere la sofferenza da cui originano, la società tende a proteggersi, fermandosi all’apparenza e alimentando la scissione tra il “sano di mente” e il “folle”, perdendo tutte le sfumature che si nascondono tra i due poli.

Questa convinzione alimenta lo stigma, l’esclusione, e tende a vanificare il lavoro e l’impegno dei professionisti impegnati su questo fronte. Fortunatamente, quando si parla di Covid-19, la storia contemporanea ci offre l’occasione per ripensarci e ripensare la perversione delle dinamiche che separano il mondo dei “folli” da quello dei “sani”.

Quanto ci si sentiamo diversi, ad esempio, da chi è recluso dentro una struttura psichiatrica?

A primo impatto potremmo quasi dire che la diversità esiste, è concreta e addirittura inattaccabile. Ma è proprio così? Anche noi “sani”, durante il lockdown, siamo stati reclusi nelle nostre abitazioni. Nel comfort delle nostre case, in un contesto dove potere scegliere quale attività svolgere, cosa mangiare, quale programma televisivo guardare e chi poter chiamare, siamo comunque “andati in tilt”.

La pandemia, con le sue relative restrizioni, ha provato psicologicamente l’essere umano alimentandone le richieste di supporto psicologico. Se noi “sani” siamo stati così male, nonostante le libertà di cui, almeno in casa, abbiamo potuto godere, cosa è accaduto nelle comunità terapeutiche e nelle strutture socio-riabilitative?

Qualcuno potrebbe sentirsi spiazzato nel sapere che i cosiddetti “folli”, per la prima volta, si sono sentiti come loro, come te. Dentro le strutture, attraverso i telegiornali, hanno visto che anche tu, come loro, eri un recluso. Anche tu, come loro, avevi la giornata scandita negli orari da un flashmob, da un laboratorio di cucina per imparare a fare il pane. Anche tu hai dovuto inventare nuovi modi per stare con le persone che abitavano con te. Anche tu, come loro, vedevi i tuoi familiari soltanto in videochiamata. Anche tu, privo di stimoli, ti sei confrontato con te stesso e i tuoi problemi. Anche tu, come loro, ti sei reso conto di avere bisogno di uno psicologo con cui parlare.

Sembrerà strano, ma questo scoprirci “uguali” ci mette di fronte a delle nuove responsabilità. Nel momento in cui ci rendiamo conto della nostra fragilità, non possiamo non considerare la fragilità dell’altro. Si annulla in tal modo la distanza tra salute e malattia, tra il sano e il folle.

Solo riconoscendo la propria fragilità ogni membro della società potrà riconoscere anche quella altrui, contribuendo al processo di inclusione spesso ostacolato da pregiudizio e paura.

Tutto ciò chiama in causa tutti, in primis i professionisti del settore, invitando ciascuno ad abbandonare quel “braccio di ferro” con la malattia che per anni ha impedito processi di cura e valorizzazione dell’individuo con disagio psicologico.

Il 10 ottobre scorso, non è stata quindi la celebrazione di un fenomeno o di un evento, ma il giorno in cui si tirano le somme per continuare a costruire salute.

*Psicologo e Psicoterapeuta Specialista in Psicologia della Salute **Psicologa e Psicoterapeuta Specialista in Psicoterapia Sistemica e Relazionale

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