Considerazioni “cliniche” alla luce degli ultimi cambiamenti legislativi

Negli ultimi giorni il dibattito sulla riforma dell’esecuzione penale si è arricchito di una proposta legislativa destinata a suscitare interesse e interrogativi: l’ipotesi di ampliare in maniera significativa l’accesso alle comunità terapeutiche o prevedere la detenzione domicilare in carico ai servizi esterni per persone detenute con problematiche di dipendenza.
Le considerazioni che seguono nascono dall’esperienza maturata nel coordinamento di Comunità Terapeutiche e nella tutela della Salute Mentale nei contesti penitenziari. Da queste esperienze nasce infatti il desiderio di offrire uno sguardo che non vuole essere una critica alla nuova legge “Disposizione in materia di detenzione domiciliare per il recupero dei detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti”, ma un contributo al confronto tra giustizia, sanità e psicologia. La domanda sorge spontanea. Questa misura tiene realmente conto dei presupposti necessari affinché un percorso terapeutico e riabilitativo possa definirsi tale? Alcuni aspetti fondamentali meritano una riflessione più profonda.
Il primo tra questi riguarda la motivazione al cambiamento. Ogni professionista che opera nelle dipendenze sa che un percorso terapeutico non può essere imposto né costruito esclusivamente intorno a un beneficio giudiziario. L’ingresso in una Struttura o ad un Servizio Territoriale deve rappresentare l’esito di una motivazione autentica, della scelta della persona di interrompere il circuito della dipendenza e iniziare un lavoro profondo su di sé. Nel momento in cui una Comunità o un Servizio vengono però percepiti come strumenti alternativi alla detenzione – senza una reale motivazione al cambiamento – il trattamento perde il suo significato clinico riducendo le strutture riabilitative ad una risposta al sovraffollamento carcerario che mette in ombra il mandato di cura che ne definisce l’essenza.
Una seconda riflessione riguarda la concreta fattibilità della proposta. Chi lavora negli istituti penitenziari conosce bene la complessità dei percorsi di accesso ai trattamenti extramurari: valutazioni multidisciplinari, percorsi motivazionali, colloqui di selezione, liste d’attesa e verifiche sulla reale compatibilità tra i bisogni della persona e il progetto terapeutico della struttura ospitante. Tutto questo richiede tempo e competenze. Sorge quindi spontanea una domanda: ci sono strutture a sufficienza sul territorio nazionale in grado di accogliere 10.000 persone senza compromettere la qualità degli interventi? Strutture tra l’altro già depauperate di risorse umane e finanziarie ma che cercano di portare avanti progetti terapeutici in collaborazione con i servizi territoriali competenti, che fanno capo alle ASL in base al luogo di residenza della persona detenuta. Se davvero si immagina un ampliamento così significativo delle misure alternative come trattamento extramurario, è inevitabile chiedersi quali finanziamenti siano stati previsti per sostenere i costi di percorsi tanto lunghi. Senza un investimento concreto nel SSN, il rischio è che una misura potenzialmente importante rimanga soltanto un principio sulla carta. La stessa durata dei percorsi (si sta parlando di otto anni) apre inoltre la strada a interrogativi clinici non trascurabili. La riabilitazione non coincide soltanto con la permanenza in una struttura o in un’abitazione dove si sconta la pena, ma si trasforma, nel tempo, in autonomia, responsabilizzazione, reinserimento sociale e lavorativo. Tutto ciò prevede interventi terapeutici mirati che chiamano in causa l’esercizio graduale di una libertà e di un’autonomia non sempre prevista dalla misura giudiziaria in corso. Il rischio è quindi quello di produrre effetti iatrogeni, alimentando una dipendenza dal contesto terapeutico anziché promuovere una reale capacità di vivere all’esterno.
In tutto ciò, quale sarebbe il ruolo degli operatori sanitari? Le comunità terapeutiche, ad esempio, nascono con un mandato di cura e di riabilitazione, non di custodia! Questo confine, pur chiaramente definito sul piano teorico, nella pratica rischia spesso di diventare sottile (se non invisibile) soprattutto nella gestione delle situazioni più critiche dove l’ingresso in struttura è derivante da una motivazione personale non del tutto clinica. In questi casi, attribuire alle strutture o ai servizi territoriali responsabilità che appartengono al sistema penitenziario altera la natura della relazione terapeutica quale presupposto indispensabile di ogni percorso di cambiamento. Infine, si ritiene doveroso interrogarsi anche sui possibili effetti indiretti della misura. Se l’accesso alla comunità terapeutica venisse percepito come una via privilegiata per ottenere benefici penitenziari, si potrebbe creare, almeno in alcuni casi, un incentivo strumentale alla dichiarazione o persino all’acquisizione di comportamenti di consumo di sostanze durante la detenzione. Non significa affermare che questo accadrà, ma ogni riforma dovrebbe interrogarsi anche sulle conseguenze inattese generatrici di possibili comportamenti a rischio. Queste sono soltanto alcune delle riflessioni che l’esperienza professionale in questi contesti suggerisce, ma il punto fermo resta uno e indiscusso: al di là del reato, esiste sempre una persona che va accolta, ascoltata, sostenuta e accompagnata in un “autentico” percorso di cambiamento.
Il diritto alla cura non può essere subordinato alle esigenze gestionali di un Istituto Penitenziario, ma deve trovare piena tutela e fattibilità già al suo interno, potenziando e supportando sotto ogni punto di vista i servizi (Unità Operative di Salute Mentale, Ser.D) e il personale sanitario nel promuovere un lavoro di rete e programmare interventi extramurari personalizzati che nascano da valutazioni cliniche e considerazioni terapeutiche, piuttosto che da problemi di sovraffollamento che dovrebbero trovare altri tipi di soluzione in linea con la dignità dell’essere umano. Riconoscere quest’ultima significa investire nella infatti salute mentale, nella presa in carico precoce e nella costruzione di percorsi terapeutici realmente personalizzati e scevri dalla richiesta di trovare soluzioni a problematiche contestuali.
È fondamentale quindi mantenere vivo il dialogo tra psicologia e giustizia, ma questo non deve esporre al rischio il riconoscimento della dignità dell’intervento riabilitativo. Favorire i trattamenti extramurari rappresenta certamente un obiettivo condivisibile e fondamentale, purché siano il risultato di un percorso motivazionale autentico, della consapevolezza del proprio problema, di una valutazione clinica accurata e dell’individuazione della struttura più idonea per la persona oggetto di cura con tempi adeguati dal punto di vista clinico. I Servizi o le comunità Terapeutiche sono luoghi in cui la persona ricompone la frammentazione della propria storia, recupera la capacità di progettare il futuro e costruisce nuove possibilità di vita e perché questo accada, è necessario evitare che la cura venga strumentalizzata o utilizzata come semplice risposta emergenziale ai problemi del sistema penitenziario.
Queste riflessioni non rappresentano una contrapposizione ad un decreto, ma un invito a prevedere quelle condizioni indispensabili che possano renderlo “realmente” efficace e non fonte di ulteriori criticità: adeguati finanziamenti, potenziamento dei servizi territoriali, aumento delle strutture accreditate, formazione degli operatori e percorsi motivazionali solidi per il detenuto. Solo così una riforma di questo tipo potrà trasformarsi in una concreta opportunità di cambiamento per persone che stanno scontando una pena e che hanno comunque diritto ad un’autentica cura.












































































