La Salute Mentale non è una narrazione tossica della paura

di Francesco Bernacchia e Romina Mazzei

Il dibattito pubblico al quale si assiste in questi giorni sembra riproporre uno schema ormai noto e fine a sé stesso. Quando un fatto di cronaca chiama in causa una persona con disturbi psichici, il tema della salute mentale diviene il bersaglio di una paura collettiva che alimenta un confronto fatto di semplificazioni, giudizi istintivi e interpretazioni prive di reale conoscenza clinica. Nel giro di poche ore, dopo i fatti di Modena, si è tornati ad alimentare, più o meno esplicitamente, la tanto radicata quanto fuorviante associazione tra disturbo psichiatrico e pericolosità. Eppure la realtà racconta altro.

Chi lavora quotidianamente nella salute mentale e negli istituti penitenziari sa bene che la stragrande maggioranza dei reati così gravi non viene commessa da persone con disturbi psichici e quanto in queste persone non si riscontri violenza ma fragilità, vulnerabilita ed esposizione alla solitudine, allo stigma e, non di rado, all’abbandono. Uomini o donne – sempre più giovani – circondate da persone che attendono l’intervento di qualcuno senza assumersi la responsabilità del proprio silenzio. Anche la letteratura scientifica internazionale mostra con chiarezza che la grande maggioranza dei reati e degli episodi violenti viene commessa da persone prive di una diagnosi e questo dato, tuttavia, tende a scomparire nel racconto mediatico. Il singolo episodio drammatico rischia così di trasformarsi nel simbolo di un’intera categoria di persone, alimentando una percezione distorta che finisce per produrre ulteriore paura, diffidenza e stigma. È una dinamica che, seppur comprensibile sul piano emotivo, è profondamente problematica sul piano culturale e sociale.

La salute mentale, infatti, raramente entra nel dibattito pubblico nella sua dimensione quotidiana. Si parla poco delle difficoltà che attraversano i servizi territoriali, della carenza cronica di personale, delle liste d’attesa sempre più lunghe, del progressivo impoverimento delle risorse dedicate alla prevenzione e alla continuità terapeutica. Si parla ancora meno della fatica di operatori che ogni giorno lavorano in contesti complessi cercando di garantire cura, tutela e trattamenti. Eppure, proprio quando avvengono tragedie che interrogano tutti sul funzionamento del sistema, emerge improvvisamente un dibattito acceso in cui non sempre trovano spazio competenza, prudenza e conoscenza reale dei servizi.

Il rischio, in questi casi, è semplificare problemi estremamente complessi fino a ridurli a una formula rassicurante quanto fuorviante: attribuire la responsabilità alla malattia psichiatrica in sé. Ma la realtà clinica, sociale e umana non funziona attraverso scorciatoie. Chi conosce davvero il lavoro nei servizi sa quanto sia delicato il confine tra cura, prevenzione, tutela e gestione del rischio. Significa riconoscere che il disagio psichico non può essere affrontato soltanto nel momento in cui diventa emergenza o cronaca.

Serve soprattutto uno sforzo culturale collettivo: imparare a distinguere tra fatti, emozioni e generalizzazioni. Ogni volta che una persona con una diagnosi psichiatrica viene trasformata nel simbolo di una minaccia, il risultato non è una società più sicura, ma una società continua ad incutere nelle persone più fragili il timore di chiedere aiuto per la paura di continuare ad essere escluso. Ed è cosi, che senza rendersene conto, la società si trova a colludere con la generazione di altre forme di violenza e sofferenza.

La salute mentale non ha bisogno di divenire oggetto di interesse quando diventa cronaca. Non ha bisogno di processi mediatici né di slogan, tantomeno di strumentalizzazioni per incentivare razzismo, emarginazione e odio. Ha bisogno di competenza, equilibrio, consapevolezza e forse, oggi più che mai, di un dibattito pubblico capace di informarsi prima di esprimere giudizi.

Tutto ciò non vuol dire giustificare o sottovalutare la grande sofferenza che oggi si trovano a vivere le vittime di quanto accaduto nella vicenda di Modena e alle quali va tutta la nostra vicinanza. Tutto ciò vuol dire solo promuovere un atteggiamento diverso rispetto ad un fenomeno così importante ma trascurato dalla società nella vita di tutti i giorni, affinché possano essere evitate ulteriori sofferenze.

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