Sono ormai trascorsi quasi cinquant’anni dall’approvazione della Legge 180 del 1978, universalmente nota come Legge Basaglia, una delle riforme più radicali nella storia della psichiatria moderna. Con essa l’Italia sancì la chiusura dei manicomi e pose al centro del sistema di cura la persona, i suoi diritti e la sua libertà. Questa trasformazione, tuttavia, non rappresenta soltanto un evento storico: continua ancora oggi a interrogare profondamente il modo in cui si pensa e si pratica la psichiatria.
La frase di Basaglia, “E tu slegalo!”, seppur nata come risposta ad un operatore che non sapeva come gestire un paziente contenuto, oggi diviene per chi lavora in Psichiatria un’indicazione etica, morale, politica che continua a porre domande. Si vuole veramente costruire una Psichiatria a partire dalla libertà del curato, anziché limitarsi a contemplarla? Oppure conviene chiuderla qui, dietro la scusa di una battaglia ideologica di tanto tempo fa?
“E tu slegalo” diviene oggi anche il titolo di un documentario[1], ma nasce come comandamento ed invito ad andare oltre il laccio della contenzione, oggi come allora, ancora parte di una forma di intervento nel campo della Psichiatria. Per chi ha esperienza di SPDC[2] o di altre Strutture Psichiatriche, quel “laccio” rievoca forme, materiali e significati simbolici diversi; tutti accomunati dal desiderio di protezione da un lato e dall’esercizio del controllo dall’altro. Ciò che risulta oggi necessario è andare oltre una narrazione degli eventi che riguardano il mondo delle cure nel campo del disagio psichico. È necessario esplicitare il “non noto” e porre nuove domande che chiamano in causa utenti, famiglie, servizi ed in particolar modo, il mondo dei curanti. Questo “non noto” può essere svelato da una serie di riflessioni su una questione centrale nella Psichiatria contemporanea: il divario esistente oggi tra l’ideale sancito dalla Legge Basaglia e l’attuale realtà operativa dei servizi.
“E tu slegalo!”. Tre sole parole in cui è facile percepire una provocazione oggi più che mai necessaria! Una provocazione che non nasce per vedere chi è il medico coraggioso, ma per risvegliare la conoscenza di un obiettivo che per la gran parte dei reparti di Psichiatria ha ancora il sapore dell’utopia. Il fatto che la contenzione meccanica sia ancora utilizzata nella maggior parte degli ospedali italiani, mentre in alcune parti della nazione sia stata completamente abbandonata, non può certo essere spiegato con una differenza della “ragione” umana da una parte all’altra d’Italia. Il problema sta nel modo in cui le diverse “Regioni” sanno fare i conti con la “ragione”, sulla base di una combinazione di fattori economici, culturali, organizzativi e prassi terapeutiche spesso lontane da quanto era nella mente di Franco Basaglia.
La riduzione dei fondi destinati alla Salute Mentale è una prova di questa criticità! Questa ha impattato negativamente sulla qualità dei servizi determinando, tra le altre cose, una carenza di personale, spesso dimenticata nella lista dei fattori che indirettamente contribuiscono al ricorso alla contenzione rendendola una misura che, anziché rispondere alle imminenti necessità cliniche della persona, rischia di soddisfare, nella realtà, le necessità gestionali dei contesti. La questione, dunque, non è stabilire quanto la contenzione meccanica sia giusta o sbagliata ne negarne la necessità in alcune situazioni, ma interrogarsi sulla possibilità di ridurne l’applicazione. Un incremento delle risorse professionali, unito a un approccio che consideri la contenzione esclusivamente come ultima scelta, potrebbe contribuire a diminuire significativamente i casi in cui essa si rende necessaria, ricorrendo a tale misura solo quando ogni altra strategia assistenziale si sia dimostrata insufficiente.
Questa limitazione della libertà del paziente tramite la contenzione mina i presupposti della Legge Basaglia che rischia di essere vista semplicemente come un deterrente al ritorno dei manicomi, ma così non è! Si tratta di una Legge che da mezzo secolo rende onore all’Italia sui tavoli Europei – pur essendo una legge rivoluzionaria che non ha ancora trovato piena realizzazione – e ha il potere di stimolare continuamente la nascita di riflessioni, partendo dal principio secondo il quale non basta abolire ciò che non va!
Occorre quindi creare le condizioni per superare le pratiche di contenzione – previste dalla Legge 180 solo dopo aver provato tutte le alternative possibili – attraverso un dibattito pubblico che tenga conto dei cambiamenti sociali che hanno reso oggi la Salute Mentale un fenomeno molto diverso da quello di mezzo secolo fa; un dibattito tra Istituzioni che, piuttosto che percorrere la strada più semplice – rimettendo in discussione la Legge – siano in grado di confrontarsi con il proprio fallimento o i propri successi rispetto alla creazione e al funzionamento dei Servizi previsti dalla Legge stessa.
Al momento presente rimane però la preoccupazione per una apparente tranquillità nel pensare che il più sia stato fatto e che quanto abbiamo oggi, in termini di cura, basti per essere meglio di quanto c’era al tempo dei manicomi. Eppure sono molte le realtà sanitarie che si trovano ancora oggi in bilico, ormai abituate a “tamponare” la ferita delle emergenze, cercando “dove mettere un paziente” piuttosto che domandarsi “come aiutare una persona”.
Quante sono le Strutture che si interrogano sul senso della cura e si adoperano per assicurare l’applicazione della Legge Basaglia? Quando si ripensa alla risposta di Basaglia “e tu slegalo!” non c’è solo il richiamo ad una memoria storica, ma un invito a non lasciarsi inghiottire dalla falsa efficienza di certe pratiche che, pur presentandosi come riabilitative e orientate al reinserimento e all’integrazione sociale, rischiano di tradire la loro stessa missione, riproponendo il funzionamento delle prime comunità psichiatriche degli anni ’90. Come sottolineato da diversi professionisti del settore che operano in prima linea nella riorganizzazione delle cure, rientrano in questo campo quei contesti di cura dove la terapia, il confronto con l’esterno e con il mondo del lavoro rischia di essere messo in ombra da attività di svago e divertimento, presentate e ostentate come simbolo di un contesto all’avanguardia nel curare solo perché attraente, ma che risulta infine solo un’altra forma di contenimento, un intervento depauperato dell’attenzione al singolo e alle sue necessità future come oggetto di lavoro nel presente. In tali casi, l’antica “contenzione” non scompare; cambia la sua forma, diventando meno visibile, meno attaccabile ma silenziosamente altrettanto limitante.
Il nodo cruciale, quindi, resta sia quello delle risorse economiche sia quello della volontà politica di trasformare le buone intenzioni in realtà operative alle quali ogni Struttura o Servizio dovrebbero essere tenuti ad aderire, piuttosto che avvalersi della possibilità di scegliere o meno se adottare tali presupposti operativi.
Rete Igea, come servizio e progetto che nasce all’interno dell’ APS – Agenzia Nazionale per la Prevenzione, sottolinea oggi la necessità di una responsabilità collettiva! Il cambiamento non può essere portato avanti da pochi visionari controcorrente, ma ha bisogno di una rete solida di operatori, istituzioni e cittadini che credano nella possibilità di una Psichiatria realmente umana e rispettosa della dignità della persona. E tu slegalo”, oggi come allora, prende quindi sempre più le forme di una domanda: siamo davvero disposti come professionisti a “sporcarci le mani” per costruire le condizioni necessarie affinché una libertà che tenga conto delle fragilità sia davvero il punto di partenza della cura?
[1] http://www.ilcentro.it › cultura-e-spettacoli › e-tu-slegalo
[2] Servizio Psichiatrico di diagnosi e Cura